Carlo Paolino VIII

Riportiamo di seguito due articoli  apparsi  sul “Giornale Letterario di Napoli “ nel 1797 e che recensiscono i primi tomi delle “Opere di Orazio” fatti pubblicare da Carlo Paolino.

GIORNALE LETTERARIO DI NAPOLI 
PER SERVIRE DI CONTINUAZIONE ALL’ANALISI RAGIONATA DE’LIBRI NUOVI

VOLUME LXII
NAPOLI
MDCCXCVII
Presso Vincenzo Manfredi

Si dispensa in Roma al negozio Bouchard, e Gravier al Corso, ed in Firenze da Giuseppe Molini.
Pagine 72-73-74-75-76-77-78-79

NAPOLI

Le Opere d’Orazio con la Versione Italiana di Carlo Paolino, e colle note critiche, e Filologiche del medesimo aggiunte alle note scelte critiche, istoriche , mitologiche e geografiche di Mr. Dacier, e del P. Sanadon. Vol. I, e II presso Michele Morelli 1795 e 1796.

L’Erudito Sig. Abate D. Carlo Paolino non contento di avere per molti anni con indefessa cura e con universale profitto saggiamente istruita la gioventù nello studio delle lettere umane, tenendo fioritissima scuola delle medesime, ha voluto ancora prestarle diversi ajuti nel pubblicare qualche classico Scrittore con elegante ed esatta traduzione, e con commenti, che posson esser utili agli eruditi eziandio. Tale si è la sua versione  in prosa delle Commedie di Terenzio, in cui vi si ritrovano le più scelte notizie, e la più illuminata critica nella spiegazione del testo e nelle note, onde debbiasi confessare essere il Sig. Paolino uno degl’insigni filologi di questo secolo; La qual cosa chiaramente apparirà a chiunque si dia a leggere la presente traduzione in prosa delle Opere del Poeta Venusiano, ove ammirasi la profonda intelligenza delle due lingue, il gusto fino e dilicato del traduttore, e la sua vasta cognizione dell’antichità. La consacra egli all’egregio Patrizio Sig. D. Tommaso Sanseverino Principe di Bisognano, culto e savio cavaliere. Nella Prefazione, o Avviso all’amico lettore, ei dà conto di questa versione, dell’accortezza avuta nell’evitar ogni scandalo ed incentivo della gioventù, senza mutilar barbaramente e inutilmente il suo Autore; della precisione usata nel far corrispondere alle parole e frasi latine le nostre, e nel corredar la sua fatica di amplissime annotazioni ricavate da’migliori commenti, e specialmente quelli riportando de’due francesi Dacier e Sanadon, non senza aggiungervi le sue, che tendono a correggere qualche svista o errore di quelli, e a viepiù illustrare questo insigne Poeta. Noi desideriamo che un’opera così utile ad ogni genere di studiosi e letterati, poiché Orazio dev’essere il Poeta di tutti, perché e il semplice erudito e il profondo filosofo vi ritrovano di che istruirsi e dilettarsi, sia presto condotta al suo lodevole compimento.

Dopo l’Avviso suddetto premette alle Odi la Vita di Orazio attribuita a Svetonio, nella quale riporta le note del Sig. Dacier, quindi vi aggiunge la Vita di questo Poeta scritta cronologicamente dal Gesuita Sanadon, in cui molti fatti della Romana Storia vengono ancora illustrati. Non contento di tutto ciò, dopo le due vite pubblica la traduzione del trattato scritto dallo stesso P. Sanadon su la varia versificazione di Orazio, trattato utilissimo a conoscere i metri ed i ritmi trasportati dal greco poetare nel Lazio con felice ardimento dal nostro Poeta.

Passa quindi alla versione delle Odi, della quale daremo un saggio nella Decima ed Undicesima del libro primo.

La decima è un Inno a Mercurio, e nella nota a tal’intitolazione riflette il N. Traduttore, che sembra essere stata composta per una festa di Mercurio. Egli così traduce: ” Facondo Mercurio, nipote di Atlante, il quale pien di avvedimento ammansisti col canto i fierini costumi dei primi uomini, e colli tuoi precetti, e coll’esercizio della decorosa palestra; di te canterò io, messaggero del gran Giove, e degli Dei, e della curva lira primo inventore, astuto in saper nascondere, ed occultare, quanto mai per ischerzo , e per gioco, ti piacque di rubare. Di te ancora garzone con terribile voce atterrendoti, Apollo, perché restituissi le vacche per gioco rubate, veggendosi poi involato egli il turcasso, si pose a ridere. Che anzi sotto la sua scorta il ricco Priamo, abbandonando Troia, deluse, ed ingannò i superbi figliuoli di Atreo, le sentinelle Tessale, e’l nemico campo de’Trojani. Tu alloghi nelle liete sedi e beate le anime pie, e coll’aureo caduceo tieni a freno la lieve loro truppa, grato perciò agli superni, ed infernali Dei.

Alle parole viduus pharetra opportunamente osserva nella sua nota il Sig. Paolino che “se Servio, o chiunque altro porta il nome di lui, avesse per poco voluto riflettere alla vera etimologia di vidua, di viduus, e di viduare, non avrebbe notato di essersi Orazio male a proposito servito di viduus nel genere maschile. E se avesse lo stesso fatto M. Dacier, non avrebbe così debolmente difeso Orazio da una tale critica, con addurre solamente un esempio dello stesso Virgilio. La ragione in difesa di Orazio ella è intrinseca, ed ineluttabile. Imperciocchè se si voglia derivare viduus, e vidua con Labeone da ve significante sine, come in vecors, sine corde, vesanus, sine sanitate; si dirà sempre bene, che viduus è colui, il quale è sine ea, quacum erant duo, e videa colei, la quale sine eo, quacum erant duo. E viduare sarà sempre separare o il marito dalla moglie, o la moglie dal marito, o qualunque cosa da un’altra. Ma molto meglio io giudico, che viduus, vidua, e viduare vengono dall’antico verbo iduo, significante dividere, e che perciò viduare in senso proprio sia lo stesso, cheiduare  , dividere, onde nasce anche Idus     , il giorno, che divide il mese. Quindi lo stesso Orazio nell’Oda XI del lib. 4 dice:

…Idus tibi sunt agendae
Qui dies Mensem Veneris Marinae
Findit Aprilem.”

Alle voci Iniqua Trojae castra riflette nella nota:” Iniquus è lo stesso che non aequus. Aequus significa uguale, piano, senza intoppo, che non s’innalza, né si abbassa, che giace egualmente tra le sue linee, od estremità, di un solo tenore. Quindi iniquus significa tutto il contrario. Qui dunque denota il campo dei Greci nemici a Troja, o sia ai Troiani, ed in conseguenza a Priamo; nei quali andando Priamo a ritrovare Achille per riscattare il corpo di Ettore, avrebbe incontrato ogn’intoppo, resistenza, ed opposizione. Ed ecco come debba intendersi castra iniqua Trojae, che non è un genitivo, ma un dativo”.

Passiamo all’Ode XI a Leuconoe: “Non andar tu cercando di sapere, o Leuconoe: qual fine gli Dei abbiano a me, e quale a te stabilito, che non è lecito sapersi: né tentare di conoscerlo dalli Babilonesi numeri, perché meglio possi soffrire qualunque cosa accaderatti. O che Giove ti abbia destinato di viver più inverni, o che sia l’ultimo di tua vita questo, il quale ora infrange, e debilita il mare Tirreno incontro agli opposti scogli: se hai senno, spilla di vino, e metti più stretti limiti alle tue illimitate speranze: in parlando sen fugge l’invidioso tempo di nostra vita: godi del presente giorno, e fida il men che sia possibile al giorno avvenire

Alle parole Tentatis numeros nota il N. Traduttore:

“ Tento è frequentativo di teneo. Significa sforzarsi, o cercare di afferrare una cosa, di tenerla ferma, e possederla; andarla scandagliando. Quindi in questo luogo significa cercar di sapere dai numeri Babilonesi, o sia da quegli Astrologi la durata di sua vita

Al verso terzo nota:

“ Molti interpreti, e M. Dacier vogliono che questa espressione dell’ut coll’infinito, siasi da Orazio fatta ad imitazione della sintassi dei Greci, i quali usano regolarmente ώς, significante l’ut dei Latini coll’infinito, come per esempio ώς είπείν , ut dicere, per ut ita dicam , e gli Italiani, per così dire. Altri, e con essi Sanadon, vogliono che ut melius sia qui lo stesso, che quanto melius , e vi suppliscono est, quidquid erit pati. Gli uni e gli altri dicono bene, potendosi prendere dell’una, e dell’altra maniera. Ma io, il quale osservo, ch’ Orazio, quante volte gli vien fatto d’imitare le maniere greche, tante volte volentieri lo fa, inclino maggiormente al sentimento di Dacier; tanto più che leggiamo presso Ulpiano, ut debere fieri illam stipulationem”

Nell’Ode XXI, rileva una falsa supposizione del P. Sanadon, il quale accusa di pleonasmo Orazio in quei versi:

Vos laetam fluviis, et nemorum coma,
Quaecunque aut gelido prominet Algido,
Nigris aut Erymanthi
Silvis, aut viridis Cragi.

« Credeva » dice il N. Traduttore in una nota alla voce Sylvis « il P. Sanadon aver colto Orazio in fallo, ma ve lo ha colto in iscambio, e mentre pensava farsi onore, per grave abbaglio si discredita. Quaecunque coma nemorum in sylvis prominet è un pleonasmo, egli dice, indegno di Orazio. Quindi volentieri, soggiugne, sospetterei esservi qualche errore, o nella parola nemorum, o nella parola sylvis; e rimpiazzerei quest’ultima colla voce arvis, o con qualche altra più conveniente. Ma il dotto Padre questa volta non ha saputo bene ordinare il discorso, né distinguere il primo caso dal sesto; ed ha preso coma per un nominativo, quando conoscono i ciechi essere un ablativo. S’egli ordinava il discorso, come l’avrebbe ordinato ogni ragazzo, l’avrebbe fatto della seguente maniera: (Vos) dicite laetam (sup. Dianam, o Latonam) fluviis et coma nemorum; quaecunque coma aut prominet gelido Algido, aut prominet nigris sylvis Erymanthi, aut viridis Cragi.Voi cantate Diana, e Latona, che  gode dei fiumi, e delle chiome dei boschi, qualunque sian queste, o del gelido Algido, o della nera selva di Erimanto, o del verde Crago. Or’io lascio al giudizio dei leggitori, se in tutto questo discorso si ravvisi il minimo pleonasmo; giacchè egli medesimo lascia anche al giudizio dei dotti Critici il pleonasmo da lui ritrovato. Ma per meglio conoscere il suo errore, bisogna riflettere ancora alla differenza grande, che passa tra nemus e sylva, ch’egli dice significar la medesima cosa, e trovarsi unite in una medesima frase ( la quale unione nasce dal non aver , come abbiamo dianzi notato, bene ordinata la costruzione). E da ciò apparirà chiaramente, che a tali inconvenienti debbono soggiacere coloro, i quali nelle cose di Filologia non curano distinguere, né le originazioni delle voci, né la loro primaria significazione. Nemus, che viene dal greco verbo νεμω pasco, altro non è, dice nel suo tesoro della lingua latina Roberto Stefano, che quod voluptatis causa comparatum est, et plenum amaenitatis, άπό  τό  νεμω pasco, quod in eo greges, utque armenta depasci soleant. Sylva poi, che vien da ύλη (mutandosi lo spirito denso in s, dice lo stesso autore, Generale nomen est proprie arborum, et quae caedua est; hoc est, quae habetur in eum usum, ut ex ea caedatur materia. Onde Virg. Lib. 3 Aen. V. 681.

Sylva alto Jovis, lucusve Dianae.

Ed Orazio istesso nell’oda XIV v. II dice alla neve, ch’ella era figlia di una nobil selva: Sylvae filia nobilis”.

Basterà questo poco per dar un breve saggio della critica, della diligenza dell’erudizione, del Sig. Ab. Paolino, benemerito degli amenj studi, e degno di esser a’ più cospicui commentatori paragonato per l’intelligenza del teso, nascente dalle sue cognizioni filologiche; e da quel sano criterio, ch’è il frutto di lunghe vigilie e di non interrotte meditazioni.

GIORNALE LETTERARIO DI NAPOLI 
PER SERVIRE DI CONTINUAZIONE ALL’ANALISI RAGIONATA DE’LIBRI NUOVI

VOLUME LXXXIV
NAPOLI
MDCCXCVII

Presso Vincenzo Manfredi

Si dispensa in Roma al negozio Bouchard, e Gravier al Corso, ed in Firenze da Giuseppe Molini.

Pagine 45-46

Le Opere d’Orazio con la versione Italiana di Carlo Paolino, e colle note Critiche, e Filologiche del medesimo; aggiunta alle note Scelte Critiche, Istoriche , Mitologiche, e Geografiche di Mr. Dacier, e del P. Sanadon. Tomo quinto Napoli 1796  presso Michele Morelli.

Prosegue il Sig. Abate D. Carlo Paolino a darci la sua elegante ed esatta traduzione dell’Opera di Orazio, della quale fu già da noi dato conto alle pag. 72 e seguenti del Vol. LXII di questo Giornale. Nel volume che ora annunziamo è compreso il primo libro delle Satire. Alla quinta Satira, avrebbe potuto il Sign. Paolino fare interessanti note geografiche per correggere più equivoci presi da Dacier, e da Sanadon nello illustrare con le loro note la descrizione che in quella Satira si contiene del viaggio fatto da Orazio, quando andò ad unirsi a Mecenate, Coccejo, e Capitone, i quali andarono a Brindisi per accordare le differenze tra Augusto ed Antonio, che allora assediava quella Piazza secondo Dacier, contro il sentimento di Masson, che sostiene che questo viaggio di Orazio non ha alcun rapporto all’assedio di Brindisi di Antonio; né al trattato ivi concluso, chiamato il Trattato di Brindisi, e pretende doversi rapportare ad un’altra occasione, ed al Trattato di Taranto fatto tra Augusto ed Antonio tre anni dopo, cioè l’anno di Roma 716 sotto il consolato di Agrippa e Caninio, del quale ultimo sentimento è pure Sanadon, che propone questa Satira per un perfetto modello delle narrazioni. Ma il Sig. D. Carlo Paolino si è proposto di dare solamente note critiche e Filologiche, e non già Geografiche: onde noi potremo esortare chi legge le note Geografiche di Dacier e Sanadon a consultare le Riflessioni del Sig. D. Emmanuele Mola di Bari inserite nel Volume LII di questo Giornal pag. 14 e seguenti, fintanto che sia pubblicato il Dizionario Geografico del Sig. D. Lorenzo Giustiniani, nel quale potranno trovarsi tutti gli opportuni schiarimenti per bene intendere quella elegante descrizione lasciataci da Orazio, nella quale è compresa una non piccola porzione del Regno di Napoli. Per quello che riguarda la Critica , e la Filologia , il Sign. D. Carlo Paolino ha ottimamente corrisposto alla comune aspettativa ancora in questo Volume.

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